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Ode al pomodoro di Pablo Neruda

Ode al pomodoro di Pablo Neruda

Ode al pomodoro di Pablo Neruda

La strada si riempì di pomodori, mezzogiorno, estate, la luce si divide in due metà di un pomodoro, scorre per le strade il succo.

In dicembre senza pausa il pomodoro, invade le cucine, entra per i pranzi, si siede riposato nelle credenze, tra i bicchieri, le matequilleras, le saliere azzurre.

Emana una luce propria, maestà benigna.

Dobbiamo, purtroppo, assassinarlo:

affonda il coltello nella sua polpa vivente, è una rossa viscera, un sole fresco, profondo, inesauribile, riempie le insalate del Cile, si sposa allegramente con la chiara cipolla,

e per festeggiare si lascia cadere l’olio, figlio essenziale dell’ulivo, sui suoi emisferi socchiusi,

si aggiunge il pepe la sua fragranza,

il sale il suo magnetismo: sono le nozze del giorno

il prezzemolo issa la bandiera,

le patate bollono vigorosamente,

l’arrosto colpisce con il suo aroma

la porta, è ora!

andiamo!

E sopra il tavolo, nel mezzo dell’estate, il pomodoro, astro della terra, stella ricorrente e feconda, ci mostra le sue circonvoluzioni, i suoi canali, l’insigne pienezza e l’abbondanza senza ossa, senza corazza, senza squame né spine,

ci offre il dono del suo colore focoso e la totalità della sua freschezza.

(dalle “Odi elementari”, di Pablo Neruda)

Il Pomodoro

Il Pomodoro

Il Pomodoro

Tratto da Wikipedia

Il pomodoro è nativo della zona dell’America centrale, del Sudamerica e della parte meridionale dell’America Settentrionale, zona compresa oggi tra i paesi del Messico e Perù. Gli Aztechi lo chiamarono xitomatl, mentre il termine tomatl indicava vari frutti simili fra loro, in genere sugosi. La salsa di pomodoro era parte integrante della cucina azteca. Si affermava anche che il pomodoro avesse proprietà afrodisiache e sarebbe questo il motivo per cui i francesi originariamente lo definivano pomme d’amour, “pomo d’amore”. Si dice inoltre che dopo la sua introduzione in Europa, sir Walter Raleigh avrebbe donato questa piantina carica dei suoi frutti alla regina Elisabetta, battezzandola con il nome di apples of love (“pomi d’amore”).

La data del suo arrivo in Europa è il 1540, quando lo spagnolo Hernán Cortés rientrò in patria e ne portò alcuni esemplari; ma la sua coltivazione e diffusione attese fino alla seconda metà del XVII secolo. In Italia è documentato in uno scritto del 1544 di Pietro Andrea Mattioli, ma solo più tardi, trovando condizioni climatiche favorevoli in Emilia Romagna, Toscana, Liguria, Piemonte, Sicilia, Sardegna, Lazio e nel sud, si ebbe il viraggio del suo colore dall’originario e caratteristico colore oro, che diede appunto il nome alla pianta, all’attuale rosso, grazie a selezioni e innesti successivi. In particolare, la tradizione locale dice che la selezione decisiva del viraggio si ebbe nell’agro nocerino nel 600 o nel 700, dove tuttora la coltivazione del pomodoro è una delle principali industrie e nel cui circondario si conservano varietà importanti come il pomodoro di Sorrento, originale ingrediente della caprese, il pomodoro corbarino ed il pomodorino giallo del Vesuvio che ancora conserva il colorito originario.

Inizialmente si pensò che fosse una pianta velenosa in quanto somigliava all’erba morella. Difatti, di fronte al dubbio, venne adottata assieme alla patata e a quella americana, come pianta decorativa. I più ricchi situavano questi vegetali stranieri in bei vasi che ornavano le finestre e i cortili. I primi pomodori che arrivarono in Spagna furono piantati nell’orto del medico e botanico Nicolàs Monardes Alfaro, autore del libro Delle cose che vengono portate dall’Indie Occidentali pertinenti all’uso della medicina (1565 – 1574): per la prima volta il pomodoro viene inteso come coltura con proprietà curative. Gradualmente si comprese che poteva avere un utilizzo farmacologico e gastronomico.

Non è ben chiaro come e dove, nell’Europa barocca, il frutto esotico di una pianta ornamentale, accompagnata da un alone di mistero e da una serie di credenze e dicerie popolari, comparisse sulla tavola di qualche coraggioso (oppure affamato) contadino. Infatti, gli stessi indigeni del Perù, i primi coltivatori del pomodoro, non mangiavano i frutti della pianta, usata invece a solo scopo ornamentale e come tale fu conosciuta dagli Europei: nel 1640 la nobiltà di Tolone regalò al cardinale Richelieu, come atto di ossequio, quattro piante di pomodoro, e sempre in Francia era usanza per gli uomini offrire piantine di pomodoro alle dame, come atto d’amor gentile. Così la coltivazione del pomodoro, come pianta ornamentale, dalla Spagna, forse attraverso il Marocco, si diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo, trovando il clima adatto per il suo sviluppo, soprattutto in Italia, in Piemonte, in Emilia Romagna, in Liguria, in Sardegna, in Toscana, in Sicilia e nella regione dell’Agro nocerino-sarnese, tra Napoli e Salerno.

Scarsissima è, inoltre, la documentazione relativa all’uso alimentare: le prime sporadiche segnalazioni di impiego del suo frutto come alimento commestibile, fresco o spremuto e bollito per farne un sugo, si registrano in varie regioni dell’Europa meridionale del XVII secolo. Soltanto alla fine del Settecento la coltivazione a scopo alimentare del pomodoro conobbe un forte impulso in Europa. In Francia veniva consumato soltanto alla corte dei re;nell’Italia meridionale nella zona di Napoli si diffuse rapidamente tra la popolazione, storicamente oppressa dai morsi della fame, facendolo diventare un ortaggio tipico e fondamentale della cucina campana, dove oggi sono diffuse parecchie industrie e coltivazioni di pomodoro. Nel 1762 ne furono definite le tecniche di conservazione in seguito agli studi di Lazzaro Spallanzani che, per primo, notò come gli estratti fatti bollire e posti in contenitori chiusi non si alterassero. In seguito, nel 1809, un cuoco parigino, Nicolas Appert, pubblicò l’opera L’art de conserver les substances alimentaires d’origine animale et végétale pour pleusieurs années, dove fra gli altri alimenti era citato anche il pomodoro.

Continua su: it.wikipedia.org/wiki/Solanum_lycopersicum

In arrivo il nuovo Premio Letterario del Giallo in cucina: Buoni da Morire

In arrivo il nuovo Premio Letterario del Giallo in cucina: Buoni da Morire

In arrivo il nuovo Premio Letterario del Giallo in cucina: Buoni da Morire

Il nuovo Premio Letterario del Giallo in Cucina, Buoni da Morire, aprirà le iscrizioni domani e cercherà di stuzzicare i palati dei lettori con trame e ricette proposte ad hoc.

Non è sicuramente una novità il fatto che molte trame, di libri già pubblicati, abbiano avuto come protagonista un ingrediente culinario o siano comunque state basate su caratteristiche gastronomiche. Sono molti i film famosi che ne sono stati tratti e tantissimi i best seller che hanno attirato l’attenzione dei lettori di tutto il mondo.

Persino la poesia ha avuto degni rappresentanti che non si sono lasciati scappare l’occasione per esaltare un aroma o un sapore, la più famosa è sicuramente quella di Pablo Neruda, Ode al Pomodoro, che trasferì su carta le sensazioni visive suscitate da questo incredibile elemento, così caratteristico delle nostre tavole.

Ed è appunto su questo elemento che si basa il nostro primo Premio Letterario dedicato al Giallo in Cucina. Buoni da Morire vuole essere il giusto connubio fra l’arte gastronomica e quella letteraria. Una fusione che spesso ha condotto a risultati insperati e, ancora più spesso, a componimenti sicuramente straordinari e gustosi.

Perché proprio Giallo? Perché il genere lascia molto spazio alla fantasia e, di solito, porta gli Autori a concepire trame che si dipanano fino a condurre in direzioni ben precise. Il Giallo, il Thriller e il Noir, insieme al Pomodoro, potranno dare vita a testi unici, in cui il delitto potrà essere servito insieme ai piatti preparati da chi, contestualmente, presenterà ricette in grado di far esaltare l’ingrediente.

Dunque, scrittori e cuochi insieme per rendere al meglio un ingrediente che, all’interno della dieta mediterranea, ha reso la cucina italiana la più famosa in tutto il mondo.